Errata corrige

Di Francesco Bafaro

Il Gran Premio del Giappone doveva essere quello del riscatto per la Ferrari, invece sembra che la Scuderia di Maranello non riesca a svegliarsi dall’incubo in cui è piombata a partire dallo start del Gran Premio di Singapore.Che qualcosa non andasse, anche a Suzuka, si è capito già dalla griglia di partenza dove i meccanici, come successo sette giorni fa in Malesia sulla macchina di Raikkonen, hanno tolto il cofano della SF70H di Sebastian Vettel per controllare la Power-Unit, vero tallone d’Achille per la Ferrari in questo finale di stagione.

I primi giri della gara confermano i timori del tedesco, che nel giro di formazione aveva lamentato una perdita di potenza, il quale viene superato con troppa facilità prima da Verstappen e poi anche da Ocon,Ricciardo e Bottas. La safety-car prolunga di qualche giro l’agonia della Ferrari #5 che si conclude pochi giri più tardi con il definitivo ritiro dalla corsa.

Immancabile, con il ritiro di Vettel, è arrivata la solita caccia alle streghe all’italiana con pseudo tifosi scatenati nel chiedere le dimissioni dei vari Arrivabene, Binotto, Marchionne ecc. Probabilmente questi soggetti hanno la memoria corta e hanno già dimenticato quello che è stata la routine della Ferrari dal 2009 al 2016: macchine sempre perfette dal punto di vista dell’affidabilità ma tremendamente carenti da quello prestazionale. Oppure, quando la macchina nasceva bene, ci si perdeva per strada, entrando in tunnel di sviluppi sbagliati e inconsistenti che facevano progressivamente retrocedere i piloti della Ferrari nella classifica mondiale.

E’ innegabile che anche quest’anno sia successa la stessa cosa, una Ferrari superlativa nella prima metà di stagione e che invece, nelle ultime tre gare, ha raccolto la miseria di 22 punti (12 con Vettel a Sepang e 10 con Raikkonen a Suzuka). Ad un occhio attento non può però sfuggire anche un’altra considerazione: se fino allo scorso anno la discesa della Ferrari era dovuta a un calo di prestazioni, o meglio a una Rossa che rimaneva sempre allo stesso livello mentre le altre squadre miglioravano, quest’anno la storia è decisamente diversa.

La SF70H si è rivelata subito come l’unica antagonista della Mercedes e, a parte Silverstone e Monza, è sempre stata davanti o incollata alla W08 sia in qualifica che sul passo gara, a prescindere dai risultati condizionati da variabili come incidenti, penalità ecc. Ciò che è mancata è stata purtroppo l’affidabilità della quarta omologazione della Power-Unit, proprio quella che doveva dare il colpo del KO alle Frecce d’Argento, che invece avevano portato l’ultimo aggiornamento del propulsore a Monza. E’ chiaro ormai che non si possa più parlare di sfortuna e che i problemi che si sono presentati sulla macchina di Vettel a Sepang e a Suzuka siano figli di una componentistica del propulsore difettosa, cosa che in una grande squadra non dovrebbe succedere. Questo è innegabile ma questa volta non si può rimproverare la Ferrari di non aver provato a vincere questo mondiale.

I tecnici di Maranello hanno portato lo sviluppo al limite e purtroppo questo limite l’hanno oltrepassato, ecco spiegate le rotture nel momento clou della stagione. Tuttavia, dopo anni di vacche magre e di feste altrui, ci sta che la Ferrari si sia giocata il tutto per tutto per provare a festeggiare alla grande il suo settantesimo anno di vita.

Sicuramente da questi errori i tecnici in Rosso impareranno molto: non sono degli stupidi e l’hanno dimostrato con il progetto SF70H che ha ancora tante potenzialità inespresse che potranno essere riprese in quella che sarà la macchina del 2018. Inoltre è molto più semplice risolvere problemi di affidabilità che non trovare una prestazione che non c’è ed è per questo motivo che non c’è bisogno di alcuna testa che rotoli nella Gestione Sportiva né nella squadra di tecnici che lavora al progetto Formula 1, questo 2017 non sarà l’anno del mondiale ma può essere un punto cardine in cui questa squadra può unirsi per raggiungere nell’immediato futuro i traguardi che la Ferrari merita. Non dimentichiamoci i primi anni dell’era Schumacher, quando sembrava che tutto andasse storto e che ci fosse davvero una maledizione intorno alla Rossa, quei mondiali sfumati nel 1997,1998, e 1999 oltre a una cocente delusione diedero una carica extra alla Scuderia che poi firmò il ciclo più vincente nella storia della Formula 1.

Quell’impresa è sicuramente difficile da ripetere ma Vettel e la Ferrari hanno tutte le carte in regola per riprovarci l’anno prossimo perché stavolta le cose a Maranello sono cambiate veramente: non si pensa più a limitare i danni ma ad attaccare, anche se ciò comporta dei rischi e dagli errori fatti quest’anno si può solo imparare come d’altronde è già stato fatto rispetto al deludente 2016.

Sciogliamo quindi questi tribunali dell’inquisizione e lasciamo tranquilla una Scuderia che, per quanto non vinca un mondiale in Formula 1 dal 2008, rimane l’incarnazione de “la macchina” per eccellenza, quella che tutti sognano di guidare un giorno, sia su pista che su strada.