Motomondiale e F1: non è tutto oro quel che luccica

Il week-end appena archiviato è stato caratterizzato da due gare, quella della MotoGP a Phillip Island, in Australia, e quella della F1 ad Austin, decisamente accese e tirate, con tante manovre di sorpasso ed una imprevedibilità di fondo, che ha tenuto incollati fino all’ultimo secondo gli appassionati delle rispettive discipline. Tutto bello e positivo, quindi? In realtà, per quanto a livello mediatico si sia celebrata una giornata di motori indubbiamente divertente, ci sono degli aspetti, venuti a galla proprio nel corso del loro svolgimento, che lasciano qualche perplessità circa ciò che lo sport del motore è diventato, a livello di concezione, in primis da parte degli stessi suoi protagonisti.

In ordine cronologico partiamo dalla “top class” del Motomondiale, impegnata sulle bellissime curve del tracciato situato in riva al Mare di Tasmania. Gara con un gruppone a lungo di 8 piloti, scrematosi al termine del Gran Premio in quattro centauri, capaci di darsi battaglia dal primo all’ultimo passaggio, con manovre audaci, sovente precise ma a volte fin troppo azzardate, dure e “fuoriluogo”, tenuto conto del particolare momento della corsa o dell’effettiva fattibilità del tentativo. Il messaggio passato, invece, è quello di una serie di sorpassi giusti, gagliardi ed in un certo senso quasi doverosi, essendo il motociclismo considerato sport fondamentalmente di contatto, esaltando le ruotate ed i “segni”, su tute e moto, lasciati dai mezzi dei principali rivali del corridore preso in esame.

Ma siamo sicuri sia così? Bisogna sempre ricordarsi che i piloti, sicuramente in maniera consapevole, sono comunque costantemente esposti ad un certo grado di rischio per la loro salute. Per tale motivo, non si dovrebbe concepire questa disciplina come una sorta di Royal Rumble in perfetto stile Wrestling, in cui tutto è concesso e messo in conto, ma tenere in considerazione che è giusto mantenere sempre un certo buonsenso nel modo di stare in pista, rispettando l’avversario pur mantenendo la sacrosanta ambizione di prevalere su di esso, limitandosi a rischiare lo stretto necessario, e non concependo questo spirito “garibaldino” come la regola. Perché, per quanto si abbia a che fare con professionisti di altissimo livello, con il meglio che il panorama delle due ruote propone in questo momento, è difficile pensare che la sorte possa arridere sempre come accaduto domenica scorsa, e non presenti mai un conto, più o meno salato, in termini di cadute, infortuni e correlate polemiche post-gara. Difficile, tuttavia, invertire la suddetta tendenza, poiché la stessa direzione gara, unita alla federazione motociclistica internazionale, ha mostrato un certo lassismo nell’epoca recente, intervenendo solo a spizzichi e bocconi, spesso in maniera “salomonica” e lasciando libero spazio alla creazione di precedenti inquietanti.

La sera è stato invece il momento della F1, con la massima categoria delle 4 ruote che ha corso sul modernissimo impianto texano. Pista bella per varietà di sezioni e caratteristiche presentate, ma con una pecca ormai comune non sono agli autodromi di più recente concezione e costruzione, ma anche ai circuiti più datati: le vie di fuga ricoperte di asfalto, in cui di fatto è pressoché assente, almeno nei paraggi del bordo della pista, qualsivoglia traccia di erba o ghiaia. Il momento culmine, in cui tale situazione di fondo ha creato dibattito e polemica tra gli appassionati, è stato quello del sorpasso, a poche curve dalla conclusione, di Max Verstappen su Kimi Raikkonen, con il giovane talento olandese che, per completare la suddetta manovra, ha di fatto omesso parte della lunga piega n.17, andando con tutte e 4 le ruote al di là del cordolo che delimita la sede stradale percorribile, venendo per ciò giustamente penalizzato e tirato giù dal podio, a favore proprio del 38enne finlandese.

Ma non è stato solo questo episodio a risaltare un problema ormai annoso, la cui soluzione sarebbe tanto semplice quanto è indesiderata la voglia di affrontarla in maniera diretta. Nella prima parte del circuito, più precisamente nel lungo complesso di “esse” che va dalla curva 2 alla 9, si sono visti piloti provare a resistere a sorpassi andando oltre il cordolo e sfruttando l’asfalto per non perdere trazione ed accelerazione; oppure altri corridori che, per mantenere una velocità di percorrenza adeguata, si sono sentiti liberi di tagliare l’entrata di una curva, od oltrepassare la linea bianca in maniera sistematica all’esterno di essa. Comprensibili possono essere le ragioni commerciali e di spettacolo per cui si è creata tale tendenza, finalizzata a vedere quanto più possibile le vetture in gara, in luogo di una fatale insabbiatura o testacoda terminato contro le barriere, così da non far perdere preziosa visibilità agli sponsor e ridurre il rischio di far venire meno attesi protagonisti. Tuttavia, oltre a rappresentare una discutibile violazione del concetto in sè di “pista”, questo processo di “cementificazione” ha avuto la conseguenza negativa di banalizzare tratti altrimenti molto più selettivi, nonché di aumentare, in maniera a volte smodata, l’aggressività dei vari piloti, consapevoli di pagare un prezzo estremamente ridotto in caso di lungo od errore di valutazione, e perciò più portati a rischiare ” a cuor leggero”, invece di studiare con la dovuta attenzione ogni tentativo di sorpasso.