Per fortuna che c’è Ricciardo…

Ancora una volta, meravigliosamente, incredibilmente, sempre Daniel Ricciardo. Prendendo in prestito e parafrasando Massimo Marianella e Giorgio Gaber, non possiamo che toglierci il cappello dinanzi a Big Smile che tira fuori dal cilindro una corsa strepitosa, spumeggiante e suggella un successo che solo al sabato mattina sembrava quanto di più lontano possibile dall’immaginazione ed anche dal buon senso.

Eh sì, perché le FP3 hanno portato in dono all’italo-australiano un fastidioso rumore stridulo, seguito da una fiammata raggelante. Era il turbo della sua power unit Renault-Tag Heuer andato in frantumi. Con poco più di due ore alle qualifiche, sembrava francamente impossibile riuscire a riparare la monoposto ed invece i meccanici Red Bull sono riusciti nel miracolo, a meno di 3′ dal termine della Q1, superata a stento, con un misero 14° tempo, ma sufficiente per poter lavorare e arrivare infine ad un 6° posto in griglia. Nulla di che, intendiamoci, quest’anno, per i 3 top team, fare peggio della terza fila in qualifica è pressoché impossibile visto il distacco col resto del gruppo, però date le circostanze, è ugualmente tanta grazia.

Con una Ferrari che volava ed un Verstappen in palla, sembrava davvero impossibile il podio. Ed invece, le cuginette Toro Rosso hanno pensato bene di giocare all’autoscontro in curva 14 e da lì è nato tutto. Strategia diversa dal muretto (per una volta azzeccata, ndr), pit a Safety Car appena uscita, gomme gialle e via all’attacco. Da lì in poi è un vero e proprio show di Ricciardo; 5 sorpassi, 2 senza DRS (Raikkonen e Bottas), 3 alla staccata di curva 14 (Raikkonen, Hamilton e Vettel) e uno che è più che altro un passaggio, mentre Verstappen andava a saggiare la consistenza dell’asfalto fuori dal velocissimo curvone a sinistra.

E con la vittoria di Ricciardo, torna, immancabile, lo Shoey sul podio.

A proposito di Max; la vittoria sarebbe potuta essere sua visto che si trovava già in terza posizione prima della SC ed aveva dimostrato un passo gara decisamente superiore al compagno di squadra, sino a quel momento. Però, il baby-fenomeno è incappato negli errori di Melbourne e Sakhir. Stavolta, a farne le spese non è solo lui, ma anche Vettel che vede così sfumare un podio che era comunque alla portata, malgrado la sfortuna e gli errori del muretto Ferrari. Il confronto tra i due a fine gara, ha ricordato molto quello tra Senna e Schumacher a Magny-Cours nel 1992. Ora, non sappiamo se Verstappen potrà mai ripercorrere in toto (o anche solo in parte) la carriera del più vincente della storia, sicuramente il 2018 per lui è cominciato troppo male per essere vero.

E la colpa è solo ed esclusivamente sua. Ha il team che parteggia in maniera quasi spudorata per lui (mentre puntualmente i punti pesanti li porta a casa il suo compagno), ha l’età dalla sua (21 anni ancora da compiere ed è già alla quarta stagione in Formula 1), eppure si perde ancora in errori da dilettante, riuscendo, tra l’altro, a superare Marc Marquez nel sentimento d’odio dei tifosi italiani e non solo. Insomma Max, così non va.

In alto, Michael Schumacher e Ayrton Senna, Magny-Cours 1992. In basso, Max Verstappen e Sebastian Vettel, Shanghai 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Infine, chiudiamo con un plauso, bello scrosciante, a tutto il team Red Bull.

Montare una power unit in poco più di due ore è da fuoriclasse; decidere in 10” di cambiare strategia, prendendo tutti di sorpresa e vincendo una gara dal nulla è da fenomeni…