Red Bull, ma non dovevi essere la prima della classe?

(C) Sutton Images

Durante i test invernali si era fatto un gran chiacchiericcio circa la ritrovata competitività della Red Bull, indicata addirittura da Lewis Hamilton come la favorita alla vittoria finale in questo mondiale 2018. Ma, come ormai abbiamo imparato da anni, i risultati e le parole spese in inverno, lasciano il tempo che trovano quando si vola agli antipodi e si spengono i semafori del primo appuntamento iridato, Melbourne.

Chiariamo subito una cosa; quest’anno i torelli sono molto, ma molto più vicini ai due top team, e lo son stati sin da subito. Se compariamo i dati dello scorso anno, all’Albert Park, Verstappen prese 1″3 da Hamilton ed 1″ tondo da Vettel. Quest’anno ha sì preso 0″6 dall’inglese (ma lo hanno preso tutti) e rispetto alla Ferrari, il distacco si è aggirato nell’ordine dei centesimi (51 da Raikkonen, 41 da Vettel).

Dunque, i progressi sono innegabili, ma al tempo stesso il risultato finale è stato gravemente insufficiente.

Verstappen, una gara da buttare

Così come per la Mercedes, anche la Red Bull si è presentata sulla griglia con una sola freccia nel proprio arco, quella di Verstappen. Il fenomeno olandese è partito dalla quarta casella e, conoscendo le sue grandi doti allo start, ci si aspettava che quantomeno riuscisse a mettere dietro di sé una Ferrari, se non entrambe. Lo spegnimento dei semafori si è invece ritorto contro il n.33 che si è visto infilare dalla sorprendente Haas di Magnussen la quale, però, aveva un ritmo di almeno 1″ più lento dei battistrada, e così, complice l’impossibilità di sorpassare malgrado le 3 zone DRS, Max ha perso terreno giro dopo giro finché, irretito ed innervosito, si è girato in curva 1 (foto di copertina, ndr), scalando dietro persino alla Renault di Hulkenberg e mandando in frantumi qualsiasi speranza di podio.

Ricciardo “incazzato”, ma almeno limita i danni

Non riesce proprio a trovare pace nella gara di casa Daniel Ricciardo. Il pilota di Perth, ancora una volta, si ritrova a dover combattere contro demoni più grandi di lui. Nel 2014 fu squalificato al termine della gara (che aveva concluso in 2a posizione, ndr) a seguito di una irregolarità tecnica riscontrata sulla sua Red Bull; l’anno scorso commise un errore in qualifica in curva 14 e la domenica fu costretto al ritiro per noie meccaniche, infine quest’anno è arrivata la penalità del venerdì.

Nella FP2, durante la simulazione di qualifica, il pilota di casa stava affrontando l’allungo che porta alla curva 13 quando viene esposta improvvisamente (e per un motivo banale, ndr) la bandiera rossa. Il regolamento prevede che i piloti rallentino istantaneamente (devono restare all’interno di un parametro di velocità massima espresso in percentuale, ndr). Malgrado una decelerazione di 175 km/h rispetto al passaggio precedente, non ha comunque rispetto il parametro e la direzione corsa (la stessa che ci ha messo 4 giri a capire che la vettura di Grosjean non poteva essere spostata se non facendo entrare la Safety Car, ndr) gli ha comminato una penalità di 3 posizioni sulla griglia di partenza. Inutile sottolineare come, una volta trovatosi dietro alle Haas ed anche ad una Renault, la gara per l’italo-australiano fosse praticamente finita già al via. Tanto è vero che Daniel non ha usato mezzi termini ai microfoni di Sky, nel post-qualifiche commentando laconicamente: “Sono ancora incazzato per la penalità”.

Però la regola esiste e va rispettata, anche se ci chiediamo se non sia il caso di rivederne un po’ la rigidità. Per stessa ammissione della FIA, il pilota non ha avuto una condotta di guida pericolosa (tanto che la sanzione è stata “solo” di 3 posizioni, ndr), ha rallentato molto, è rientrato ai box in sicurezza, però è rimasto oltre il parametro regolamentare. La domanda sorge spontanea, direbbe Antonio Lubrano: non sarebbe il caso di rivedere il parametro?

Detto questo, i problemi per Daniel si sono palesati anche al sabato, dove è stato l’unico tra i piloti di testa a non sfondare il muro dell’1’22”, piazzandosi 5° e partendo dunque 8°. Eppure, in gara, come al solito, il n.3 si trasforma; in tutto il GP sono stati solo due i sorpassi ed ovviamente uno era il suo ai danni di Hulkenberg (l’altro lo ha fatto Bottas su Perez, ndr). Alla fine, sfruttando la Safety Car è arrivato a ridosso del podio, con tanto di tentativo di attacco a Raikkonen alla staccata della 3. Un’ottima gara, dunque, battuto il compagno di squadra (che era finito dietro dopo il testacoda, ndr) e l’ennesima dimostrazione di maturità alla domenica, dove è sicuramente uno dei più costanti del lotto. Certo, resta il fatto che ad un certo punto si è trovato ad oltre 30″ dal leader e che quest’anno il 4° posto non è da considerarsi soddisfacente. Però, in periodo di vacche magre, almeno ha portato a casa 12 punti mondiali.

Red Bull, ora basta con la strategia delle gomme dure

Ci avevano già provato l’anno scorso in più di un’occasione, ci hanno riprovato quest’anno; il muretto box Red Bull ha scelto di qualificarsi con una gomma più dura per avere una differente strategia di gara. Ora, al netto del rallentamento causato dalle vetture più lente (vedi Haas e Renault) che hanno messo il muso davanti ai torelli, riteniamo che sia giunto il momento di accantonare questa tattica.

Il motivo è presto spiegato; ormai è assodato che le gomme più morbide di quelle che porta Pirelli ad ogni gran premio (a Melbourne erano le UltraSoft, ndr) hanno una durata che va ben oltre quanto dichiarato alla vigilia, non decadono in maniera brusca e dunque la scelta della gomma di mezzo (in questo caso SuperSoft) non produce alcun vantaggio. Lo stint non si allunga (Vettel ha pittato lo stesso giro di Ricciardo), non si fa una sosta in meno (chi ipotizzava che con la viola si dovessero fare due pit è stato tragicamente smentito), le prestazioni restano simili anche a gomma usurata, ma soprattutto, nel secondo stint si monta tutti la stessa gomma (Soft gialla), per cui non c’è nemmeno il vantaggio di avere una gomma più prestazionale nel finale di gara.

In definitiva, una preghiera al muretto; smettetela con questa strategia che non vi porta da nessuna parte, a meno che, non siate in grado di qualificarvi con la più dura delle tre. Forse, e ripetiamo forse, solo in quel caso avrebbe un senso…