MotoGP: dentro la crisi Yamaha. Cosa succede ad Iwata?

Il Gran Premio del Giappone, ultima prova del Mondiale MotoGP appena andata in archivio, ha rappresentato probabilmente il punto più basso per Yamaha nella stagione corrente. Grandi e costanti sono state, infatti, le difficoltà della M1 2017 sul bagnato, con Valentino Rossi fuori dopo pochi giri e Maverick Vinales autore di una prestazione anonima, terminata ai margini della top ten. Il bilancio si fa ancora più serio e desolante, se pensiamo alle conseguenze delle suddette performance: il 38enne pesarese è, dopo la corsa di ieri, aritmeticamente eliminato dalla lotta all’iride; il giovane talento spagnolo, invece, è precipitato a -41 dalla vetta, occupata da Marc Marquez, e di fatto dovrebbe sperare in un miracolo, anche solo per tenere aperte le proprie velleità fino a Valencia. Come è possibile che una moto, in grado di dominare i test pre-campionato ed iniziare con il piede giusto il primo terzo di stagione, si sia ampiamente smarrita da metà annata in poi, faticando a rendere in maniera soddisfacente in ogni condizione, palesando al contempo problematiche più o meno importanti?

Il dato di fatto fondamentale è uno: Yamaha è andata incontro, a partire da Assen, ad un cambio di telaio, con una versione rivista e corretta rispetto alla soluzione adottata in preparazione al 2017 e nelle prime uscite, che aveva palesato grossi limiti su asfalti caldi e con poco grip (vedasi le gare di Jerez e Barcellona). Per quanto le due debacle in terra iberica abbiano giustamente fatto drizzare le antenne ad Iwata e dintorni, la sensazione è che il cambiamento deciso dalla casa nipponica sia stato forse troppo frettoloso, emotivo, figlio di una ansia da prestazione che non tiene conto del contesto, come quello del campionato attualmente in corso, in cui nella prima porzione di stagione anche Honda e Ducati hanno avuto i loro passaggi a vuoto, palesando alti e bassi piuttosto rilevanti: il costruttore giapponese ha faticato in Qatar ed al Mugello, la seconda in Argentina e ad Austin. Tuttavia, queste hanno deciso di continuare a sviluppare in maniera lineare il rispettivo progetto, mantenendo la base scelta originariamente ed apportando affinamenti soprattutto in ambito elettronico, con Ducati che ha poi puntato su una nuova carena già in cantiere da fine 2016, e dunque tutt’altro che sorprendente ed inattesa.

Yamaha, cambiando un parametro tecnico importante come il telaio, ha di fatto dovuto ricominciare da zero l’affinamento del pacchetto moto-pilota-pneumatici a stagione in corso, con il rischio (concretamente realizzatosi) di perdere punti e tempo prezioso, lasciando strada ad avversari in grado, al contrario, di macinare risultati e consolidare la propria forza gara dopo gara. Tra l’altro, la nuova soluzione tecnica adottata dal team nipponico non ha dato frutti particolari, risultati alla mano: prima della sua introduzione, erano arrivate 3 vittorie e 7 podi complessivi per i due ufficiali (in 7 GP), mentre è stato messo in carniere appena un successo e 4 piazzamenti totali nella top-3 nelle successive 8 corse, con la sola Silverstone a vedere (nell’ordine) Vinales e Rossi stappare lo champagne insieme a fine gara, facendo compagnia al vincitore Andrea Dovizioso. Situazione, questa, che ha comportato un condizionamento negativo anche per gli stessi piloti in primis. Emblematico, in tal senso, il cambio di rendimento di “Top Gun” da inizio stagione in poi, passando da schiacciasassi pressoché perfetto a pilota in evidente confusione tecnica, con una crescente sfiducia nemmeno troppo celata ai microfoni dei media. Lo stesso Valentino, in realtà, pur caldeggiando in maniera aperta tale cambiamento, non ha tratto concreto giovamento da esso, ad eccezione della vittoria di Assen che, tuttavia, a conti fatti si è mostrata essere la più classica delle rondini che non fa primavera.

Il lavoro da fare è dunque tanto. In particolare, gli uomini di Iwata dovranno essere in grado di ritrovare un maggiore grip al posteriore, consentendo alla moto di non consumare eccessivamente lo pneumatico nei primi passaggi, facilitando un rendimento più costante in ottica ritmo di gara e dando, inoltre, maggiore agio ai propri centauri in condizioni di bagnato, laddove in questo 2017 Rossi e Vinales non sono riusciti ad essere mai realmente performanti, specie se messi a confronto con i ducatisti. Oltre agli interventi specifici, tuttavia, è fondamentale ritrovare metodo e serenità nella conduzione del lavoro, non abbandonando quella politica dei piccoli e continui miglioramenti che, pur non essendo un esempio di reattività rispetto ad altre case, ha consentito a Yamaha di non fare mai il passo più lungo della gamba con inopinati azzardi, i quali, quando sono stati effettuati, hanno avuto il più delle volte la conseguenza di creare ulteriore confusione.