Motomondiale: la “fu” scuola giapponese

Il Motomondiale è pronto a sbarcare nel paese del Sol Levante: nel week-end che sta per arrivare, infatti, il campionato aprirà il trittico intercontinentale con il Gran Premio del Giappone, che come da tradizione ultradecennale si svolgerà sul circuito di Motegi. Si correrà in un contesto di grande tradizione motoristica, con un pubblico sempre estremamente curioso, appassionato, educato e civile, capace di sfoggiare una cultura libera da quei fastidiosi eccessi che, purtroppo, più volte si sono visti nel nostro continente, autodromi italiani in primis.

Se, a livello di case costruttrici, il Giappone è sempre stato capace di farla da padrone e competere ad alti livelli, grazie alle varie Honda, Yamaha, Suzuki e Kawasaki, una inversione di tendenza piuttosto evidente la si è avuta, invece, con riguardo ai piloti rappresentanti della nazione asiatica. Ad eccezione del “pioniere” Takazumi Katayama, capace di vincere il titolo della non più esistente classe 350 nel 1977, il Motomondiale fu infatti sconvolto dall’ondata di centauri nipponici che travolse le varie classi, specialmente le cilindrate più piccole, a cavallo tra una buona fetta degli anni ’90 ed i primissimi 2000.

Tale tendenza lasciò in eredità innanzitutto numerosi campioni del mondo. In 125 riuscirono a fregiarsi dell’iride Kazuto Sakata (1994 e 1998) ed Haruchika Aoki (1995-96), mentre in 250 furono Testuya Harada (nel 1993), Daijiro Kato (2001) ed Hiroshi Aoyama (2009) a conquistare un titolo ciascuno. Nessuno è mai arrivato a trionfare nella massima categoria, ma non può ad esempio essere dimenticato il succitato Kato, probabilmente l’ultima grande speranza giapponese (e della Honda, più nello specifico) ad avere tutte le carte in regola per riuscire in tale impresa. Il suo sogno, e quello di un paese intero, è stato tragicamente stroncato nel 2003, proprio a seguito di un tremendo incidente sul tracciato di Suzuka, che dopo pochi giorni di agonia pose fine all’esistenza del #74 e portò, come conseguenza, all’abbandono da parte del Motomondiale del suddetto autodromo, in favore dell’attuale scenario di Motegi.

Al di là di chi ce l’ha fatta a vincere un campionato, nondimeno della scuola giapponese resta impresso il grande coraggio dei suoi portacolori, a volte fin troppo garibaldini e sciuponi magari, ma sempre in grado di emozionare e colpire l’appassionato della categoria, giungendo sovente in passato come semi-sconosciute wild card, banalmente anche solo per un particolare disegnato sul casco o nel modo di fare o di presentarsi della singola persona. Sotto quest’ultimo aspetto, da sempre risalta la grande compostezza e serietà dei piloti nipponici, che si nota ancor di più una volta inseriti in un contesto, quale è quello del paddock del Motomondiale, ormai sempre più “social” ed attento a come mostrarsi, alla forma prima ancora della sostanza. Per i motivi sopra elencati, ecco che nella memoria restano anche centauri come Norick Abe (di cui l’altro ieri è ricorso il decennale dalla scomparsa), Masao Azuma, Shinya Nakano, Tadayuki Okada, Makoto Tamada, il compianto Shoya Tomizawa, Noboru Ueda, Youichi Ui e Tohru Ukawa.

Come detto sopra, la situazione è ora molto diversa, ed il motociclismo giapponese, a livello di talento, sta attraversando un lungo tunnel buio. Complice un campionato nazionale non più così competitivo, nonché un sostegno, da parte delle principali case del paese, che solo in questi ultimi anni si è parzialmente rinvigorito, con trofei in grado di dare uno sbocco per una carriera in Europa, ben pochi sono stati i piloti in grado di arrivare nel Mondiale e restarci, specialmente in maniera significativa. L’unico ad aver dato soddisfazioni parziali è Takaaki Nakagami, che l’anno prossimo salirà in MotoGP dopo sei stagioni piene di Moto2 in cui, tuttavia, non è mai stato in grado di fornire un rendimento costante e dunque da titolo, tale da far intravedere in lui particolari capacità in ottica “top class”. A lui vanno ascritti gli ultimi successi nipponici nel Motomondiale (due, uno a testa nel 2016 e quest’anno), dovendo risalire al 2010 per trovare qualche altro trionfo da parte di un rappresentante del Sol Levante, curiosamente sempre in Moto2.

La suddetta ripresa di trofei dedicati ai talenti del paese asiatico, e più in generale di altre nazioni di tale parte del mondo, unita ad una precisa volontà di dare maggiore varietà alla provenienza dei piloti che giungono al Motomondiale, dopo l’incredibile ondata spagnola del primo decennio degli anni 2000, sembra far intravedere un piccolo spiraglio di sole, all’interno della notte buia attraversata dal motociclismo giapponese. A partire, ad esempio, dalla Red Bull Rookies Cup, vinta nelle ultime due edizioni da centauri nipponici: Ayumu Sasaki l’anno scorso, Kazuki Masaki quest’anno. Oltre a loro, anche Kaito Toba (pure lui giunto al Mondiale) ed Ai Ogura si sono ben disimpegnati nei campionati propedeutici, e si pongono come interessanti punti di ripartenza (si tratta di piloti nati tra il 2000 ed il 2001) per un movimento che, per tradizione ed importanza, meriterebbe di giocare nuovamente un ruolo da protagonista nel massimo campionato dedicato ai prototipi.