Superbike: dentro una categoria sempre più in difficoltà

Il round disputato in Qatar ha chiuso il Mondiale Superbike 2017. Lo ha fatto con una doppietta di Jonathan Rea, anche quest’anno dominatore della contesa con ben 16 vittorie su 26 manche, e 153 punti di vantaggio sul più immediato inseguitore, l’alfiere Ducati Chaz Davies. L’indiscussa leadership del nordirlandese di Kawasaki ha reso la lotta al titolo piuttosto scontata e poco divertente, come sovente accade quando si ha a che fare con un monopolio che dura da diverse stagioni. Tuttavia, tale risultato è la logica conseguenza dell’aver accorpato, all’interno del medesimo pacchetto, il pilota più completo nella griglia attuale ed il mezzo migliore, frutto di un percorso di sviluppo ed investimenti della casa di Akashi lungo ormai un lustro pieno, che sta dando dei meritati e convincenti riscontri. Piuttosto, a creare un senso di distaccamento verso la Superbike, da parte degli appassionati, è la sempre maggiore perdita di appeal della categoria, frutto di una gestione Dorna estremamente discutibile sotto vari punti di vista.

Innanzitutto, bisogna registrare un dato: investimenti seri e pesanti, nel campionato, sono stati effettuati da poche case in tempi recenti, creando una situazione in cui sono sempre i centauri ufficiali di Kawasaki e Ducati a giocarsi vittorie e podi, con sporadici inserimenti da parte dei due piloti Yamaha, Alex Lowes e Michael Van Der Mark. Le varie Honda, Mv Agusta, Bmw ed Aprilia fanno da contorno, in maniera più o meno dignitosa. E’ evidente come si renda necessario dare interesse nella categoria, in modo tale che le case tornino ad avere voglia di investirci, creando mezzi competitivi, affidandoli a strutture serie e preparate, con alla guida piloti di valore. In tal senso, se aver calmierato il costo di alcune parti può essere una soluzione corretta, soprattutto nell’ottica di permettere la sopravvivenza dei team privati, non convince la previsione di un numero massimo di giri motore utilizzabile dalle varie moto, dipendente dalla cilindrata e, al contempo, anche dai risultati ottenuti in pista. E’ un incentivo ad essere si competitivi ma non troppo, una sorta di punizione per chi lavora meglio degli altri competitors, che alla lunga può avere l’effetto boomerang di scoraggiare un investimento serio nella Superbike, dirottandosi verso altri lidi sportivi che premiano il merito, invece di svilirlo.

Allo stesso tempo, la disaffezione nella categoria nasce dal regolamento riguardante il fine settimana di gare, assurdamente spezzato in due giornate, con una manche al sabato ed una la domenica. Come si può pensare che una persona, proveniente magari da un luogo lontano rispetto a dove è situato l’autodromo in questione, possa permettersi di restare lontana da casa per l’intero week-end, pagando biglietto e pernottamento per assistere all’evento? Sarebbe logico tornare a piazzare entrambe le corse all’interno della medesima giornata, in modo da definire esattamente il momento dedicato alla qualifica e quello riguardante il Gran Premio. Vedere spalti praticamente deserti, con pochi paesi (Italia e Gran Bretagna, non a caso le due patrie più importanti per la Superbike) in grado di attirare un quantitativo di spettatori degno di un campionato del mondo, è triste, desolante e nemmeno utile ad incentivare gli stessi impianti a mantenere la categoria sul proprio asfalto, ragionando in termini economici nel lungo periodo.

Proprio lo scarso appeal del Mondiale incide anche sulla qualità dei suoi partecipanti: troppo spesso la Superbike viene vista o come una tappa intermedia, nell’ottica di un futuro passaggio alla MotoGP, in grado di garantire guadagni maggiori, anche a costo di rischiare di fare da semplice comparsa, oppure come un ripiego in caso di mancato successo all’interno del Motomondiale, pur di non restare a piedi e senza sella. Non vi è più quella fidelizzazione di fondo verso la categoria, capace di identificare un pilota come una icona a cui gli appassionati possono fare riferimento, poiché le porte sono estremamente girevoli, soprattutto all’interno delle squadre satellite, in cui la scelta sovente ricade su chi può portare soldi e particolari attenzioni da una certa zona del mondo. Non a caso, stiamo assistendo al dominio dei centauri britannici, provenienti dall’unica scuola in grado di dare grande dignità al mondo delle derivate dalla serie, prima che alle corse riservate ai prototipi, nonché di sfornare un campionato (il BSB, acronimo di British SuperBike) estremamente interessante e di valore, formativo per chi, in una tappa successiva, decida di fare il salto nel Mondiale.