Superbike: la supremazia di Jonathan Rea colpisce ancora. Il nordirlandese al tavolo dei miti Fogarty e Bayliss

Con la vittoria, schiacciante, ottenuta in gara-1 a Magny-Cours, in occasione del round francese del Mondiale Superbike 2017, Jonathan Rea ha conquistato aritmeticamente il suo terzo titolo iridato in carriera, tutti a bordo della Kawasaki, primo a riuscire in tale impresa nella storia della categoria. Poco da dire sul merito di questo nuovo trionfo del 30enne nordirlandese: la sua superiorità è stata netta sin dai primissimi appuntamenti stagionali, che gli hanno permesso di scavare subito un solco importante sui principali rivali (sulla carta) nella lotta al campionato, i vari Tom Sykes, Chaz Davies e Marco Melandri. Basti pensare che, ogni volta in cui è giunto al traguardo, è sempre riuscito a salire sul podio, con un solo 3° posto come peggiore risultato nel suo carniere personale. Tra l’altro, gli unici due zeri (in gara-2 a Donington e quest’oggi) sono arrivati non per errori suoi, ma per problemi “esterni” in cui è impossibile ravvisare una qualche parvenza di responsabilità del nativo di Ballymena. Un perfetto mix di velocità e consistenza, dunque, è stata un’altra volta ancora la chiave per la conquista del Mondiale con così tanto anticipo rispetto alla sua conclusione.

Complice una Kawasaki che si è confermata essere la moto migliore del lotto, in una Superbike che vive, in maniera sempre più marcata ed evidente, del dualismo tra la casa di Akashi e Ducati, unico costruttore in grado di tenere botta in termini di competitività, impegno e conseguenti investimenti nella categoria rispetto alla fabbrica nipponica. Certo, ridurre tutto alla superiorità tecnica del mezzo sarebbe un errore madornale, che non renderebbe affatto giustizia al livello espresso da Rea. Perché il rendimento di Sykes, suo compagno di team, è li per essere valutato: 149 punti di differenza tra i due nel 2015, 51 nel 2016 e 120 (fin qui) nel 2017, fanno comprendere il sensazionale affiatamento del binomio in grado di dominare l’ultimo triennio della categoria.

Capacità di fare la differenza che, pur senza un alloro dalla propria, Jonathan aveva già mostrato di possedere ai tempi della sua esperienza in Honda: nel periodo in cui ha corso, a tempo pieno, per il costruttore nipponico (dal 2009 al 2014), solo lui è stato in grado di conquistare vittorie di manche (15, per la precisione) in sella ad una moto della casa dell’ala, riuscendo a mantenere il proprio marchio ai vertici della Superbike. Pur se tra qualche errore, caduta ed infortunio di troppo che, se guardiamo alla regolarità espressa da quando corre in Kawasaki, fanno comprendere pienamente quanto Rea fosse costretto ad andare sovente oltre il limite, per mantenersi al top della classifica. Una palestra che, con il tempo, si è rivelata tuttavia essere utile per completarne la maturazione, raccogliendo i frutti di ciò una volta montato su di un mezzo adeguato al suo talento.

Tutto ciò, al netto di opinioni e preferenze personali, pone Rea come una delle indiscusse leggende nella storia della Superbike, come un pilota capace di segnarne un epoca e gettare le basi per essere ricordato in eterno, quando si andrà a scorgere il passato della massima competizione delle derivate dalla serie. Tra l’altro, stante il dominio esercitato allo stato attuale, e la pressoché totale assenza di concorrenza credibile nell’immediato futuro (Ducati e ducatisti a parte) non è improbabile che il 30enne britannico riesca anche a superare i numeri di due miti della Superbike del passato: l’inglese Carl Fogarty e l’australiano Troy Bayliss. Quest’ultimo è stato raggiunto da Rea in quanto a titoli vinti, mancando a Jonathan appena due manche (52-50 il conteggio attuale) per eguagliarlo in quanto a vittorie parziali; più lungo sarà il percorso per prendere il nativo di Blackburn, che vanta un Mondiale in più (4, record assoluto) e 59 gare conquistate. Altri tempi, altra Superbike e diverso spettacolo, si dirà. Senza ombra di dubbio vi è un fondo di verità, ma ciò non può essere visto come una nota di demerito a “danno” dell’alfiere Kawasaki. Limitamoci a godercelo per lo spettacolo che sta fornendo.